Editoriale del Direttor
La buona comunicazione al servizio del settore 
“La comunicazione è stata, sin dalle origini, uno dei temi cruciali della filosofia: la stessa idea di dialogo è un concetto filosofico.” 
"Fonte: L'etica della comunicazione-Enciclopedia multimediale" 
 
Per altro verso, noi viviamo nell’era della comunicazione globale, profondamente segnata dalle innovazioni tecnologiche. 
Quale tipo di etica è necessario, in questa fase, per fronteggiare le sfide della comunicazione, dell’informazione e delle relative tecnologie? 
Secondo una tradizione molto antica - che comincia con Aristotele - le scelte morali non sono come un regolo che si applica alla realtà dal di fuori, ma sono esse stesse plasmate dalla realtà. 
Il modo in cui vediamo le cose presuppone non solo un mondo e degli interlocutori, ma anche delle regole di comunicazione. La possibilità di ragionare e di dialogare implica che si dia ascolto e che si rispetti la posizione altrui. Ma è la stessa tradizione linguistica e culturale in cui siamo cresciuti, che presuppone virtù e valori. 
L’etica della comunicazione sostiene che possiamo esplicitare questo insieme di valori. 
Già Kant pensava che, quando riflettiamo moralmente, non possiamo non seguire le orme di una ragione trascendentale. Per i teorici del discorso questa ragione ha un aspetto più umile e comune, che si annida tra le pieghe del linguaggio ordinario, ma che costituisce comunque il presupposto del dialogo e della comprensione.  
Per il solo fatto che siamo esseri ragionevoli e comunicativi, non possiamo non riconoscere principi e vincoli morali. Eppure, talvolta la soluzione di un problema morale comporta un radicale riorientamento del pensiero perché introduce un nuovo modo di vedere, allo stesso modo delle risposte degli indovinelli, che a volte possono rivelarsi totalmente impreviste. 
Perché dovremmo supporre di sapere sin dall’inizio quali sono i confini della ragione morale, anziché andare a scoprire di volta in volta come si presentano i nuovi paesaggi morali? L’etica del discorso non rischia di proporre ancora una volta 
un mito delle capacità umane, una limitazione a priori dei loro esercizi? 
La società moderna è passata attraverso una fase in cui la trasparenza dell’informazione veniva vista come una conquista. Ciò è avvenuto perché le società tradizionali erano prevalentemente fondate sul segreto, basti pensare alle battaglie contro i segreti di Stato e i poteri occulti portate avanti dagli Illuministi del Settecento e dai successivi movimenti democratici. 
Al giorno d’oggi, invece, è presente il problema opposto: viviamo in una società in cui l’effetto di confusione o di manipolazione non è determinato dalle cose che sappiamo, ma dalla mancanza di discernimento tra le varie informazioni che riceviamo. 
La vera questione sta nella selezione, nel grado di priorità da dare alle diverse informazioni e, soprattutto, nella maggiore o minore legittimità nel divulgare determinate notizie - una sfida etica decisiva. La risposta che si può dare riguarda sia la legislazione, sia la deontologia professionale: i professionisti dell’informazione - giornalisti e operatori dei mass media - devono infatti munirsi di una norma comportamentale molto più rigorosa rispetto al passato. Non di rado, però, vediamo accadere il contrario: con l’aumentare delle informazioni aumenta anche una certa “deresponsabilizzazione” da parte di alcuni professionisti nella divulgazione di certe notizie. 
 
 
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